Decorare. Essiccare le ortensie

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©acasadibianca
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E così anche quest’anno è arrivato Settembre. Ne ho sempre amato la dolcezza, fatta di aria che pian piano si rinfresca, di luce che si fa più calda e soffusa, di profumi e colori che cambiano.

Certo, con l’estate bizzarra che abbiamo appena trascorso, i doni di settembre sono meno evidenti. Non mancano, tuttavia, ed uno dei più graditi – almeno per me – è la possibilità di prolungare un poco la presenza in casa di uno dei miei fiori preferiti, l’ortensia. La trovo meravigliosa, di una delicatezza e di un’eleganza veramente senza tempo.  Per questo, nonostante la mia assoluta predilezione per i fiori freschi, è l’unico fiore che non mi dispiace essiccare. Se anche a voi le ortensie piacciono in modo particolare nell’ultimissima fase della fioritura, cioè quanto il loro colore vira al verde chiaro, la fine dell’estate è il periodo ideale per procedere.

Ci sono diversi metodi per essiccare le ortensie, alcuni molto semplici, altri più elaborati: e poiché come sapete a me piacciono le cose semplici e rilassate, anche in questo caso ho scelto la via più facile. Innanzi tutto servono delle ortensie appena tagliate, con il gambo un poco più lungo di quanto ci servirà alla fine del procedimento. Come potete vedere, grazie alla pioggia di queste settimane alla casa in collina non ho avuto che l’imbarazzo della scelta.

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Si mette quindi il ramo fiorito in un vasetto con dell’acqua, avendo cura di verificare che il gambo non sia immerso per più di due-tre centimetri.  Il tutto va sistemato in un angolo della casa fresco e arieggiato, lontano da fonti di calore e soprattutto dalla luce diretta del sole.

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Man mano che l’acqua evaporerà (mi raccomando, vietato rabboccarla!) si vedrà il fiore essiccare mantenendo pressoché inalterate forma e colore. Nel giro di una settimana al massimo, si potrà gettare l’acqua, tagliare la parte di gambo eventualmente danneggiata dall’acqua e sistemare le ortensie come meglio si preferisce: si deve solo fare molta attenzione a maneggiarle, perché come tutti i fiori secchi sono estremamente delicate.

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Nel mio caso, le avevo inizialmente sistemate in sala, sulla credenza. Ora però sono in camera, perché hanno dovuto cedere il posto al risultato di un attacco di autentica follia. Quale? Ve lo racconterò nei prossimi giorni…

La nobile arte del pettegolezzo

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Stained glass portraits by jlburgessSe dicessi che non mi interessa il pettegolezzo, mentirei, come tutti quelli che lo sostengono. La curiosità per gli affari altrui e il gusto di commentarli salacemente sono profondamente radicati nell’animo umano, e negarlo sarebbe sciocco, oltre che ipocrita.

Esiste però pur sempre un bon ton del pettegolezzo; insomma, ci sono situazioni che il pettegolo educato (un ossimoro? forse, o forse no…) sa sempre evitare, mantenendo così la faccenda sul tono che più le si addice, ovvero lo scherzo e la leggerezza. Vediamo come.

Da evitare, sempre e comunque, è il pettegolezzo maligno: quello, per intenderci, fatto per ferire in modo cattivo o per causare danni davvero dolorosi a chi lo subisce. Faccio un esempio concreto. Ho frequentato per un certo periodo una giovane signora apparentemente simpaticissima, cordiale e generosa, che tuttavia era una professionista del pettegolezzo maligno: solo che aveva un’aria talmente angelica che ci voleva un po’ per rendersene conto. La sua opera più celebre? Raccontare tutta garrula, nel corso di una cena, di aver visto un amico non presente in affettuoso atteggiamento con una signora che non era la moglie. Vero obbiettivo della cattiveria era ovviamente la moglie, colpevole di non riconoscerle un ruolo di leadership all’interno del gruppo: peccato che tra i presenti ci fosse anche la migliore amica della misteriosa signora in questione, che altri non era se non la sorella del presunto fedifrago!

Altra cosa da evitare con cura è il pettegolezzo incauto, cioè quello espresso in un contesto eccessivamente pubblico o di scarsa confidenza con l’interlocutore. La gaffe è in agguato, e il rischio di passare per persone spiacevoli e poco educate molto concreto. Fino a pochi anni fa, la situazione più a rischio per i pettegoli incauti era quella in cui si conoscevano poco gli altri presenti. Ai nostri giorni invece il vero campo minato sono i social network: postare un commento greve pensando di parlare con la nostra migliore amica quando invece ad ascoltarci c’è l’universo mondo può avere conseguenze molto sgradevoli. E’ recentemente rimasta vittima di un incidente in questo senso anche una nota foodwriter, che lanciando sul suo profilo Facebook un commento a dir poco perfido e snob su una vicina di spiaggia si è attirata una lunga serie di strali. Da notare che la stessa battuta, se fatta in confidenza ad un’amica, probabilmente avrebbe strappato solo una risatina: lanciata così incautamente nel web, però, si è rivelata un boomerang, rendendo più che evidente come cautela e buon gusto non siano mai troppi.

Insomma, per farla breve: il pettegolo educato sa essere leggero e divertente, non ferisce i sentimenti altrui e considera sempre con grande attenzione il profilo dei suoi interlocutori. Nei casi dubbi si affida sempre alla cautela, e preferisce rinunciare ad una battuta salace piuttosto che correre il rischio di passare per un insensibile cafone.

Decorare. A cena tra le fate

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da Pinterest

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Alla casa in collina, poco dopo il tramonto, il limitare del bosco si accende di mille minuscole lucine svolazzanti. E’ la nostra piccola magia di mezza estate: infotografabile, purtroppo, almeno per un’impedita come la sottoscritta, ma credetemi, un vero incanto. Vedere la silenziosa danza delle lucciole nella luce del crepuscolo è davvero meraviglioso, uno dei doni più preziosi di questo strano posto dove ci rifugiamo ogni volta che è possibile.

Ricordo ancora la prima volta che ho visto le lucciole. Ero a una festa di nozze, in compagnia del mio futuro marito, una sera di inizio estate. Il ricevimento si svolgeva all’aperto, nel parco di una grande villa in riva al fiume. Ad un certo punto della (interminabile) serata, uno degli amici seduti al nostro tavolo si è allontanato per fare due passi. E’ tornato con stampato in volto il sorriso di un bambino. Ci ha invitati a seguirlo, raccomandandoci di stare in silenzio; abbiamo camminato quasi dieci minuti lungo un sentierino che portava verso il fiume. Faceva un buio pesto, e la faccenda stava diventando un po’ inquietante, quando le abbiamo viste: saranno state migliaia, invadevano i cespugli cresciuti lungo l’argine creando un autentico firmamento di minuscole fiammelle svolazzanti. Sono rimasta a bocca aperta, incantata come una bambina davanti alla più meravigliosa delle magie: ne ero certa, avevo visto le fate!

Lo so, non erano fate, erano insetti: per essere precisi, coleotteri della famiglia dei Lampiridi. Però davvero, se devo pensare a un volo di fate (creature che adoro da sempre) non mi viene in mente un’immagine migliore.

Dopo quella volta, non le ho più viste per anni. Come sappiamo, purtroppo l’inquinamento è incompatibile con la vita di questi insettini. Ritrovarmeli alla casa in collina è stato un dono meraviglioso, e cenare guardando la valle che si rabbuia poco a poco mentre le loro piccole luci scintillanti si fanno strada sul limitare del bosco è un incanto che non ha fine.

©acasadibianca

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Non potendomi portare questa magia a tavola (le lucciole, giustamente, stanno alla larga dagli umani), ne ho cercato un dignitoso surrogato: mi piace disporre lungo l’asse centrale del tavolo una composizione di piccoli vasi in vetro già appartenuti a marmellate, sughi etc., di fogge e misure diverse, illuminati da tante piccole tealight bianche. Non è proprio come un volo di lucciole, ma crea comunque una bellissima atmosfera che concilia molto le chiacchiere del dopocena. Anche qui, purtroppo non ho foto: per avere un’idea dell’effetto finale, veramente molto suggestivo, vi rimando comunque a questa immagine.

E voi, amate le fate? Se la risposta è sì, provate a guardare qui: penso che vi piacerà.

Ricevere. Piccolo tè di fine estate

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Ci fosse un fine settimana che va come programmato, in questa strana estate così avara di caldo e di sole. Prendiamo il ponte di Ferragosto: dovevamo andare in collina, con l’idea di festeggiare con i soliti amici.

Poi questo simpatico clima autunnale ha avuto la meglio: andare in una casa di campagna per rimanerci chiusi dentro a guardare la pioggia che cade non era esattamente una prospettiva allettante.

Alla fine il 15 siamo stati ospiti dagli amici in questione (una volta tanto non è male), e in tutto il ponte – oltre ad una autolesionistica gita all’Ikea – ci siamo limitati ad organizzare un piccolo tè senza pretese con i nonni. Il clima britannico conciliava decisamente!

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Come vedete, ho scelto un’apparecchiatura semplice  e fresca. Tovaglia di lino bianca profilata di verde scuro, tazze in maiolica bianche decorate con tralci d’edera in tre toni di verde, cucchiaini e forchette da dolce. Ho apparecchiato con piattino, tazza e bicchiere per l’acqua e il succo di frutta. Per i tovaglioli ho scelto la carta, come sempre di ottima qualità e dal decoro abbinato al servizio da tè.

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Conoscendo gli ospiti, non è stato necessario prevedere la doppia zuccheriera: lo zucchero bianco è stato più che sufficiente, così come non sono stati messi in tavola né latte né limone.

Molto semplice anche la decorazione, non allestita per l’occasione ma semplicemente trasferita dalla credenza alla tavola: un piccolo vassoio d’argento con dei vasetti in vetro bianco in cui stanno essiccando gli ultimi fiori delle mie ortensie.

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Per quanto riguarda il menu, rigorosamente gluten free, sempre conoscendo gli ospiti ho servito un Earl Grey abbastanza scuro (i puristi si lamenteranno per l’assenza del latte, ma ahimè a casa mia nel tè non lo mette nessuno…) accompagnato da dei dolcetti alla mandorla (spariti prima che potessi fotografarli) e da una crostata alla marmellata di albicocche.

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Era il primo esperimento di crostata senza glutine, e devo dire che si può decisamente migliorare, sia sul fronte della consistenza che su quello dell’estetica: ma si sa, siamo solo all’inizio di questa nuova avventura culinaria, e qualche incidente di percorso credo sia inevitabile. Il sapore, in compenso, era molto buono: infatti alla fine del pomeriggio non ne era rimasta traccia. Anche se piccole, sono pur sempre soddisfazioni…

Picnic. Il cestino (quasi) perfetto

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Ferragosto, tempo di picnic. Se questo tempo capriccioso darà la tregua sperata, saranno in molti a dedicarsi alla piacevole tradizione del pranzo all’aperto.
Rileggendo i post precedenti dedicati al picnic, mi sono resa conto che parlando dei cestini non abbiamo mai dato indicazioni sul loro contenuto in termini di attrezzature: mi sembra quindi il momento perfetto per colmare questa lacuna.

Inizierò dicendo che, nel mio immaginario, il cestino non può che essere all’inglese, e dunque rigorosamente in vimini: sarà di questo quindi che parlerò, anche se ovviamente nulla vieta di applicare la teoria a cesti di altro materiale. Sempre nel mio immaginario, il picnic si svolge in un prato perfettamente piano, privo di sassi, radici ed erbe urticanti, oltre che – naturalmente – esente da insetti molesti e da qualsivoglia tipo di schifezza; il prato in questione si raggiunge inoltre con comodità, ma è nello stesso tempo silenzioso e isolato: insomma, più che un prato, un’idea platonica…

Sarà dunque per adagiarsi mollemente su questo paradisiaco tappeto erboso che il nostro cestino dovrà innanzi tutto comprendere un plaid, preferibilmente con il lato da appoggiare a terra impermeabile. E siccome non si può certamente mangiare sulla lana, ecco che il secondo accessorio fondamentale sarà una tovaglietta in cotone o lino, di dimensioni ovviamente più contenute rispetto al plaid, dove dovrà rimanere spazio sufficiente per sistemarsi in modo confortevole. Non arrivo a consigliare come irrinunciabili i tovaglioli di stoffa abbinati, anche se oggettivamente farebbero la differenza: diciamo che sarà sufficiente scegliere dei tovaglioli di carta che ben si sposino con la tovaglia e i piatti.

Ed eccoci alla parte più delicata, ovvero la scelta delle stoviglie. Il vero picnic all’inglese, piaccia o meno, rifugge l’uso di materiali usa e getta, e potendo evita anche la leggera ma triste melammina. Il cestino autenticamente british non può che avere al suo interno piatti in ceramica, bicchieri in vetro e posate in acciaio: qualcuno va oltre scegliendo porcellana, cristallo e argento, ma diciamo che già la prima versione è più che sufficiente.

Ne risulta un cesto che pesa un quintale già da vuoto? Indubbiamente, e del resto chi ha diffuso questa moda i cesti mica se li portava in spalla, lasciando questo spiacevole compito ai sottoposti: bei tempi, a nascere dalla parte giusta… Oggi che si fa (quasi tutti) da sé, il picnic in versione Old England è un po’ la versione conviviale del tacco 12: di grande effetto ma scomodo e piuttosto stancante, e quindi da riservare a poche e scelte occasioni.

Ma torniamo alle stoviglie, e ai pezzi che secondo me sono irrinunciabili. Considerando che il menu da picnic raramente va oltre insalate, panini e torte, saranno più che sufficienti, per ciascun commensale: uno o due piatti piani di dimensioni ridotte, anche della stessa misura; una tazza (io ho scelto le classiche tazze da tè con il piattino, ma tornando indietro preferirei senz’altro delle mug); un bicchiere (facoltativo: io non li ho perché preferisco bottigliette e cannuccia); forchetta, coltello, cucchiaio e cucchiaino, forchettina per il dolce solo se avanza spazio.

Sempre se avanza spazio, sono consigliabili saliera e pepiera, e in caso di insalate da condire sul posto una bottiglia d’olio in formato mignon a chiusura assolutamente ermetica. Irrinunciabile invece, soprattutto se come me preferite le bottigliette ai bicchieri, un piccolo cavatappi/apribottiglie.

Se il cestino è strutturato bene, tutto il corredo troverà posto all’interno del coperchio, lasciando alle cose da mangiare la parte più profonda. In caso contrario, non resterà che rassegnarsi all’evidenza e caricarsi in spalla un ulteriore cestino, esclusivamente dedicato a cibo e bevande.

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