Londra. Shopping!

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Ebbene sì, nonostante la quattro giorni londinese sia stata piuttosto intensa, sono riuscita a non farmi mancare il tempo per un po’ di shopping. Niente di che, intendiamoci, ma quel tanto che basta per tornare a casa con qualcosa di carino.

Consapevole del poco spazio in valigia, sapevo già che avrei dovuto limitare alquanto la tipologia di acquisto: niente oggetti ingombranti, pesanti o appuntiti. Quindi no stoviglie, no posateria, no oggettistica per la casa. Insomma, una mezza tragedia. Ciò nonostante, prima di partire l’avevo messo in chiaro: un giro da Liberty of London e uno da Fortnum & Mason non me lo leva nessuno! E così è stato. Proprio perché ho una vera passione per questi due storici negozi londinesi, praticamente non ho foto: tutte le energie sono state investite per perlustrarli minuziosamente nel breve tempo a disposizione.

Il risultato di cotanta pazienza? Poche cose ma buone. Una scelta di tè da Fortnum & Mason da godersi nell’inverno che verrà

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E un piccolo anticipo sugli acquisti di Natale da Liberty of London

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Nelle intenzioni, da Liberty avrei dovuto acquistare anche un foulard in seta, perché on line ne avevo visti che mi parevano stupendi: in realtà, dal vivo non erano niente di che, e ho rinunciato. Poco male. Inaspettatamente, ho trovato quello che cercavo allo shop del Victoria & Albert Museum

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Dove, già che c’ero, ho preso anche un vassoietto con tovaglietta coordinata

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Per finire, accompagnando la figlia da Top Shop ho trovato questa magliettina molto, molto bon ton

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Quando ha visto gli acquisti il marito è rimasto sconcertato: era talmente convinto che avrei cercato di contrabbandare qualche aggeggio in porcellana che vedendo solo cose leggere e poco ingombranti non ci poteva credere. Comunque una volta a casa mi sono abbondantemente rifatta: presto vi racconterò come.

Londra. Senza glutine

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Niente foto per questo post, per un motivo molto semplice: ho preferito godermi il momento invece che nascondermi dietro la macchina fotografica o il cellulare. Poco male, direi che l’argomento si può tranquillamente trattare anche “al buio”. A scanso di equivoci, preciso subito che non troverete elencati ristoranti ricercati o posticini esclusivi: qui si parla di una famiglia con bambini che ha concentrato in quattro giorni una serie notevole di cose da fare e posti da vedere, con la necessità di mangiare cose facili e veloci.

Comincerò dicendo che mangiare senza glutine a Londra sarebbe davvero facile. Se non tutti i locali, molti sono perfettamente attrezzati per offrire pietanze gluten free di ogni genere e specie, e chi non lo è non fa alcuna difficoltà a che il cliente celiaco si porti dietro le sue cose: il che, francamente, mi sembra molto civile.  Va anche detto che chi offre cibo senza glutine dichiara quasi sempre che non può escludere la presenza di contaminazioni: ciò nonostante la nostra esperienza, per quanto limitata, è stata sempre positiva.

Dicevo “sarebbe” perché molto dipende dal personaggio che deve evitare grano & affini: nessun problema per chi ha una buona curiosità in termini di cibi e sapori; qualche difficoltà in più se, come nel mio caso, si ha a che fare con un bambino in grossa crisi di identità gastronomica. Il nostro infatti ha preso malissimo la diagnosi, e si è arroccato sulla fissazione di pretendere di trovare senza glutine quello che era abituato a mangiare prima.

Questo ci ha fatto escludere a priori cibo etnico e cucina, diciamo così, salutista: peccato, perché avrei volentieri sperimentato le pietanze gluten free offerte da catene come Wagamama e Leon. Abbiamo in compenso cercato (senza successo) di mangiare da Honest Burger, che propone panini gluten free molto gettonati: purtroppo i loro locali erano decisamente fuori mano al momento del bisogno.

Per farla breve, ce la siamo cavata così: per colazione e cena ci siamo appoggiati all’albergo. Abbiamo scelto la catena Premier Inn, che dispone di un comodissimo prontuario (scaricabile anche da Internet) dove identificare con facilità e sicurezza le pietanze gluten free. La qualità del cibo è buona, la scelta discreta, la cortesia e l’attenzione del personale impagabili: insomma, un’esperienza davvero positiva!

Per il pranzo, risolto tre volte su quattro con un pic nic nel parco (ah, quanto avrei voluto veder magicamente comparire il mio famoso cestino…), abbiamo sostanzialmente approfittato dei sandwich senza glutine della catena di supermercati Marks&Spencer: buoni e semplici, disponibili in diversi gusti, erano morbidissimi, gustosi e leggeri; anche loro, promossi!

Solo in due occasioni abbiamo dovuto ricorrere alle scorte d’emergenza portate da casa: al Museo della Scienza e della Tecnica (il ragazzo non aveva trovato di suo gusto la zuppa di verdure) e in aereo, perché purtroppo la compagnia non disponeva di stuzzichini gluten free.

Sempre sul fronte stuzzichini, segnalo la difficoltà di trovarne, sia dolci che salati, in modo facile e veloce: magari cercando meglio si trovano meraviglie, ma se la necessità è fare uno spuntino veloce dove capita, beh, le difficoltà ci sono eccome. Per dire, io e la figlia ci siamo abbuffate concesse un paio di volte le peccaminose delizie di Lola’s Cupcakes: a domanda, hanno risposto che avevano cupcakes “no wheat” ma che questo non garantiva il gluten free. A quel punto, vista la promiscuità dei prodotti sull’espositore e il fatto che il figlio non è per nulla goloso di dolci, ho preferito non rischiare.

Pare in compenso relativamente facile, avendone il tempo, concedersi un Afternoon tea completamente senza glutine: confesso che avevo adocchiato quello, davvero sontuoso, di Fortnum & Mason, ma i parenti si sono ammutinati. Al netto del costo, oggettivamente impegnativo, avrebbe voluto dire dedicarvi almeno mezzo pomeriggio, cosa incompatibile con la nostra tabella di marcia. Pazienza, sarà per la prossima volta…

Londra. Prologo

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L’ultima volta era stata sei anni fa, con i bambini piccoli ma non tanto da non innamorarsi di questa città meravigliosa. Avevamo parlato tante volte di tornarci, e finalmente ci siamo riusciti, come regalo di fine scuola (a proposito: qui si cominciano medie e liceo, aiuto!).

Vivaci e ambiziose le aspettative di tutti: evaso la volta precedente il tema “mete obbligate per i turisti al primo giro” questa volta ci siamo mossi più liberamente, decidendo giorno per giorno cosa fare e cosa vedere. Un’intera giornata è stata dedicata ad Harry Potter, prima con la gita agli Studios e poi a King’s Cross, per le foto di rito al binario 9 e ¾: ma di questo vi racconterò in un post a parte.

Anche questa volta il tempo è stato particolarmente clemente, tiepido e senza pioggia. All’arrivo, la città ci ha accolto con il sole.

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Purtroppo è durato poco, ma Londra ha un suo perché anche sotto le nuvole.

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Immancabili le passeggiate nei parchi. St. James Park, a due passi dall’albergo, è stato il più gettonato.

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Regent’s Park, dove abbiamo foraggiato gli onnipresenti scoiattoli (che non ho fotografato…).

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Kensington Gardens, con pellegrinaggio della sottoscritta alla fontana dedicata a Lady D, che ho potuto finalmente percorrere a piedi nudi senza preoccuparmi di doverci ripescare qualche figlio: acqua decisamente fredda, ma un’emozione bellissima!

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Fondamentale la sosta alla statua di Peter Pan: chi di noi, in fondo, ha veramente voglia di crescere?

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Altra cosa che non ci siamo fatti mancare, i mercatini. Ho lasciato il cuore su questo banchetto all’Old Spietafield Market: accidenti all’idea di viaggiare solo col bagaglio a mano e all’impossibilità di trasportare oggetti appuntiti!

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Incredibile ma vero, c’è stato anche tempo per lo shopping: ma di quello,  dell’esperienza del primo viaggio gluten free e di una bellissima mostra di abiti da sposa, vi racconterò nei prossimi giorni.

Decorare. La (vecchia) signora in rosso

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Ciao, vi ricordate di me? Sono quella che poco più di mese fa diceva che non le piacevano i piatti inglesi con il decoro a paesaggi perché le sembravano eccessivi e anche un po’ troppo vecchio stile. Ne sono stata convinta per anni e anni, tanto da guardare con notevole perplessità alle amiche che invece li avevano in casa e da scegliere per me cose infinitamente più semplici.

Poi ho iniziato a frequentare i blog di Carolyn, canadese, e soprattutto di Nancy, americana, che amano e collezionano (Nancy anche vende) piatti inglesi di questo stile. E guarda una volta, e guarda due, la lettrice di Jane Austin che alberga in me ha iniziato a risvegliarsi, lasciandosi infine travolgere dal fascino dell’English Transferware.

Ho quindi deciso che, tutto sommato, non mi sarebbe affatto dispiaciuto avere qualche pezzo di questo genere, magari qualcosa di gusto autunnale, tipo in marrone o ruggine. Guarda la combinazione, qualche giorno fa butto l’occhio in un negozietto vintage vicino a casa di un’amica, e cosa ti vedo? Un’intera parete di pezzi col decoro in rosso: non ho resistito e sono entrata a curiosare.

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L’assortimento era a dir poco bizzarro: quattro piatti a servire, salsiera, caffettiera, teiera con zuccheriera e lattiera, undici improbabili tazze senza piattino. Ho subito puntato teiera e caffettiera, ma purtroppo la vendita era a blocco. Sono tornata a casa un po’ pensierosa, ho preso coraggio e ho chiesto una consulenza a Nancy: lei, gentilissima, mi ha risposto subito, confortandomi sulla bontà della proposta.

A quel punto indovinate cosa ho fatto? Sono tornata al negozio e mi sono portata a casa tutto, aspettando divertita la reazione dei parenti, che non si è fatta attendere. Il marito ha alzato il sopracciglio e non ha detto niente, i figli hanno prospettato un mio prossimo ricovero in una casa di cura per accumulatori seriali, il cane ha annusato il tutto e scodinzolato, la mamma mi ha ufficialmente proclamata in crisi di mezza età, la sorella maggiore mi ha detto che sto diventando irrimediabilmente sciura. Pazienza.

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Ora i pezzi a servire sono ordinatamente stivati con gli altri servizi, caffettiera e teiera stanno in bella mostra sulla credenza, le tazze aspettano in una scatola che io riesca a trovare dei piattini con cui abbinarle.

 

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Anzi, se qualcuno ha in soffitta qualche residuo di servizio della nonna (o della mamma, perché direi che sono al massimo degli anni Cinquanta) che potrebbe abbinarsi – non importa che sia identico – si faccia pure avanti: la qui presente accumulatrice seriale potrebbe essere interessata…

Decorare. Essiccare le ortensie

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E così anche quest’anno è arrivato Settembre. Ne ho sempre amato la dolcezza, fatta di aria che pian piano si rinfresca, di luce che si fa più calda e soffusa, di profumi e colori che cambiano.

Certo, con l’estate bizzarra che abbiamo appena trascorso, i doni di settembre sono meno evidenti. Non mancano, tuttavia, ed uno dei più graditi – almeno per me – è la possibilità di prolungare un poco la presenza in casa di uno dei miei fiori preferiti, l’ortensia. La trovo meravigliosa, di una delicatezza e di un’eleganza veramente senza tempo.  Per questo, nonostante la mia assoluta predilezione per i fiori freschi, è l’unico fiore che non mi dispiace essiccare. Se anche a voi le ortensie piacciono in modo particolare nell’ultimissima fase della fioritura, cioè quanto il loro colore vira al verde chiaro, la fine dell’estate è il periodo ideale per procedere.

Ci sono diversi metodi per essiccare le ortensie, alcuni molto semplici, altri più elaborati: e poiché come sapete a me piacciono le cose semplici e rilassate, anche in questo caso ho scelto la via più facile. Innanzi tutto servono delle ortensie appena tagliate, con il gambo un poco più lungo di quanto ci servirà alla fine del procedimento. Come potete vedere, grazie alla pioggia di queste settimane alla casa in collina non ho avuto che l’imbarazzo della scelta.

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Si mette quindi il ramo fiorito in un vasetto con dell’acqua, avendo cura di verificare che il gambo non sia immerso per più di due-tre centimetri.  Il tutto va sistemato in un angolo della casa fresco e arieggiato, lontano da fonti di calore e soprattutto dalla luce diretta del sole.

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Man mano che l’acqua evaporerà (mi raccomando, vietato rabboccarla!) si vedrà il fiore essiccare mantenendo pressoché inalterate forma e colore. Nel giro di una settimana al massimo, si potrà gettare l’acqua, tagliare la parte di gambo eventualmente danneggiata dall’acqua e sistemare le ortensie come meglio si preferisce: si deve solo fare molta attenzione a maneggiarle, perché come tutti i fiori secchi sono estremamente delicate.

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Nel mio caso, le avevo inizialmente sistemate in sala, sulla credenza. Ora però sono in camera, perché hanno dovuto cedere il posto al risultato di un attacco di autentica follia. Quale? Ve lo racconterò nei prossimi giorni…

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