Decorare. Il mare in tavola. 2. On the beach

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Un po’ a fatica (ammetto di essere ancora piuttosto turbata dagli eventi degli ultimi giorni),  riprendiamo il normale ritmo del blog. Ecco quindi la seconda delle mie tavole marine, apparecchiata per partecipare all’evento mensile del solito gruppo Facebook di cui vi ho già parlato altre volte. Se la prima era pura scenografia, questa è una tavola vera, preparata un giorno qualunque e goduta in famiglia per un menù  – ovviamente – tutto a base di pesce.

Con il cuore rivolto alla mia amata Sardegna, ho scelto i suoi colori: il beige della sabbia, l’azzurro chiarissimo del cielo e del mare. Poche decorazioni, come sempre, per lasciare il posto alle pietanze: ormai lo sapete, le mie tavole sono così.

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Come base, ho usato un telo mare in cotone. Ne ho due, uno bianco e blu e uno color sabbia: il primo l’avevo già usato qui, e siccome l’effetto mi era piaciuto molto ho pensato di replicare anche in questa occasione.

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Niente sottopiatti (in famiglia e per giunta in piena settimana lavorativa, ogni formalità è bandita), mentre come piatti ho scelto il servizio che sto usando quotidianamente, ovvero il mio amato Asiatic Pheasant azzurro, che guardacaso ci stava a pennello. Quanto alle posate, lo so, avrei dovuto mettere quelle da pesce: ma queste a righe mi piacevano di più, erano più in linea con il contesto e davano anche alla tavola un bel tocco di colore.

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I bicchieri sono una new entry, sempre dai miei mercatini: niente di pregiato, ma carini e con quel dettaglio azzurro che ci stava proprio a meraviglia.

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Segnaposto e centrotavola sono molto semplici, in legno, in perfetto stile marino.

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Non poteva ovviamente mancare il tocco floreale: quel poco che regala il mio balcone in questi giorni, raccolto in due vasetti che per colore e decoro riprendono alla perfezione lo stile della tavola.

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In ultimo, come sempre, vi racconto il menù. Spaghetti con le cozze, orata al cartoccio con insalata di patate e misticanza, e per dessert un semplicissimo gelato alla panna con amarene sciroppate. Il mare non c’era, ma era quasi come se…

Storie di un tempo passato. Una sera di maggio

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dal web

Gemona del Friuli (dal web, autore sconosciuto)

Faceva incredibilmente caldo, per essere l’inizio di maggio, e infatti ricordo che avevamo cenato con le finestre aperte. Il profumo di primavera, segnato dalla prima fioritura del nostro gelsomino, era intenso e generoso. Stavamo guardando un film in televisione (mi sembra “Il mistero delle dodici sedie”, di Mel Brooks). Ad un certo punto la scena si animava di grande trambusto: accidenti che bel film, pareva quasi di essere dentro la televisione! Un momento: non era il film, stava succedendo davvero. Il pavimento tremava, tremava sempre più forte. I bicchieri e le tazze tintinnavano con intensità crescente nella credenza, le ante vibravano, vibravano, fino a spalancarsi di botto.

“Il terremoto!”. Non so come, ci siamo ritrovati a correre a perdifiato giù per le scale, siamo usciti in strada e saltati in macchina, papà è partito e si è fermato solo nel bel mezzo di una piazza, lontano dalle case che ci sembravano ancora oscillare. Siamo rimasti in auto, al sicuro, aspettando che il giorno tornasse e si capisse cos’era successo. Avevo otto anni, ma ricordo ogni istante di quella notte.

Le notizie non furono confortanti, anzi. Il sisma aveva colpito durissimo, non molto lontano dalla nostra città, e soprattutto a pochi chilometri dal paese di origine della mamma. I nostri cari per fortuna stavano bene e non avevano subito gravi danni, ma c’erano moltissime vittime, e ancora più persone rimaste senza casa.

Impensabile restare con le mani in mano. La protezione civile era ben in là da venire, ma c’erano gli Alpini, i nostri Alpini, e presero in mano il coordinamento degli aiuti. In famiglia, a scuola, nei luoghi di lavoro si raccoglieva tutto quello che si poteva e si affidava a loro, certi che sarebbe stato ben distribuito.

Passò l’estate, arrivarono le nuove, drammatiche scosse di settembre: ancora vittime, ancora sfollati. Le tende dell’esercito non bastavano più, e l’inverno si avvicinava a grandi passi. Tramite il passaparola, venimmo a sapere che si cercavano camper e roulottes per ospitare anziani e famiglie con bambini piccoli. Partimmo una mattina prestissimo, la nostra roulotte – vecchiotta e malconcia, ma pur sempre dignitosa – piena di coperte e (dietro richiesta sussurrata non senza imbarazzo) di uno di quei generi indispensabili che a pochi viene in mente di offrire e che ci si vergogna a chiedere: la carta igienica.

Ricordo benissimo quel viaggio, passato in silenzio, con il naso incollato la finestrino. Quei luoghi che mi erano stati così familiari erano del tutto irriconoscibili, non si vedevano che macerie. Arrivammo a Gemona del Friuli, la nostra meta, per consegnare la roulotte e il suo contenuto. Ricordo che, da bambina appassionata di archeologia e misteri, chiesi se le famose mummie di Venzone si fossero salvate, e venni rassicurata con un sorriso dal parroco in persona: lì avevano ben chiaro che quella che poteva sembrare insensibilità era solo un modo infantile di difendersi da tanto dolore.

Anche il viaggio di ritorno trascorse in assoluto silenzio. Non credo di essere mai stata così contenta di rivedere la mia casa, la mia cameretta, i miei giochi. Di fatto, non ci era successo niente: eppure la paura di quella notte, e il gelo dell’anima di quel viaggio me li porto ancora dentro.

Tornammo a riprenderci la roulotte la primavera successiva. Erano arrivati i prefabbricati, più grandi e confortevoli, e soprattutto già ferveva il movimento della ricostruzione: quel “modello Friuli” che tanto viene osannato, ma che dall’Irpinia in poi è sempre stato così difficile da replicare.

Mi auguro che almeno questa volta le cose vadano diversamente. E’ il minimo che dobbiamo a chi ha provato nel modo più crudele come basti meno di un minuto per perdere tutto ciò che si ha di più caro.

Ps. Ho illustrato questi ricordi con una foto reperita sul web, di cui non era indicato l’autore. Se qualcuno la riconoscesse, per favore me lo segnali. Grazie.

Decorare. Il mare in tavola. 1. Capitano, mio capitano…

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Quest’estate, credo per la prima volta nella mia vita, non ho visto il mare. Niente, nemmeno una mezza giornata nei lidi qui vicino. Un vero record, che ammetto onestamente di non aver vissuto benissimo.

Ma si sa, tutto non si può avere, e questi mesi sono stati già abbastanza ricchi di occasioni speciali. Ho quindi deciso di togliermi la voglia di mare (o forse farmene venire di più, non sono ben sicura) aderendo al solito progetto mensile del gruppo sull’arte della tavola che frequento su Facebook.

Tema del mese, una tavola nautica o marina. Ho scelto entrambe le possibilità, e oggi vi presento la prima, appunto a tema nautico. E’ stata preparata assolutamente per gioco, complice una quanto mai opportuna trouvaille in uno dei miei soliti mercatini. Ci ho costruito intorno una storia che deriva dalle tante letture di soggetto avventuroso che hanno accompagnato la mia infanzia, e di cui ogni tanto ritrovo qualche eco nei romanzi che popolano il mio presente.

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Ho immaginato un veliero, una delle tante navi commerciali che facevano la spola tra l’Inghilterra e le Indie Orientali. E’ la sua ultima notte in rada prima di prendere il largo per il lungo viaggio che, se Dio vorrà, la porterà nelle terre del tè e delle spezie.

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Il capitano ha convocato al suo tavolo tutti gli ufficiali. Le acque tranquille del porto consentono un’apparecchiatura impeccabile. Un sottopiatto d’ottone, piatti della migliore porcellana. I bicchieri di cristallo e le posate di sheffield e vermeil scintillano alla luce tremula delle candele.

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Il viaggio sarà lungo, e di questo diario di bordo ancora intonso non resterà una pagina libera.

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Il dispaccio che descrive la missione è ancora nel suo tubo: il capitano lo leggerà a fine cena, offrendo ai suoi ufficiali il bicchiere della staffa.

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Sarà il momento delle decisioni, e forse, della malinconia.

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E ci vorranno giorni perché il nostro ufficiale si decida a sbarazzarsi di quel minuscolo mazzolino che ingentiliva la tavola, ultimo ricordo dei rigogliosi giardini d’Inghilterra e di quella dama che lo aspetterà fedele, con gli occhi pronti a brillare di fronte alle meraviglie che le riporterà dalla sua avventura.

Decorare. Ferragosto in bianco e blu

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Anche quest’anno abbiamo trascorso il Ferragosto in collina. Il tradizionale pranzo è stato convertito in un’hamburgerata gourmet, in ossequio all’attuale passione del marito (gli hamburger, appunto), assoluto signore e padrone dell’accessorio cuciniero ferragostano per eccellenza: il barbecue.

Inutile dire che un menù così poco ricercato ha fatto mettere al bando qualunque formalità in tema di apparecchiatura. Dopo il tradizionale aperitivo in piedi, costituito da Virgin Mojito per i ragazzi e un sano e classico Spritz per i grandi, accompagnati da assortimento di olive greche, schegge di parmigiano e fette di salamino rustico, ci siamo accomodati sui nostri tradizionali tavoli Oktoberfest chic, ovvero i classici tavolacci da sagra con annessa panca.

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Lo so, sono orrendi, ma è davvero difficile immaginare qualcosa di altrettanto grande e allo stesso tempo veloce da allestire e comodo da stivare, com’è necessario in collina. Ne abbiamo due, che usiamo singolarmente o abbinati a formare un grande tavolo quadrato, secondo il numero dei commensali. Visto che eravamo in dieci, abbiamo optato per la seconda opzione.

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In questi casi, viste le dimensioni del tavolo è francamente impossibile trovare una tovaglia a misura, per cui ci si industria come si può, limitandosi a coprire la giuntura centrale: così ho fatto anche questa volta.

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Quest’anno ho scelto di stare su un classico abbinamento estivo, che trovo un peccato riservare solo a mare e/o lago: il bianco e blu. Ecco quindi che attorno ad un telo spiaggia in cotone a rigoni ho sistemato il mio amatissimo servizio (inglese, guarda un po’) Regal Peacock. L’ho portato in collina con parecchia riluttanza, sapendo che l’avrei usato relativamente poco, considerato che non frequentiamo questa casa quanto vorrei. Alla fine ne sono rimasta comunque contenta: è abbastanza rustico da non stonare con il contesto, e altrettanto bello da impreziosire anche la più semplice delle apparecchiature.

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Gli ho abbinato tumbler in vetro e posate in acciaio, destinate più che altro ai contorni (l’hamburger, ovviamente, si mangia con le mani) e al dolce, che per contrastare l’esterofilia del piatto forte non poteva che essere il principe dei dessert italiani: il tiramisù. Tovaglioli rigorosamente di carta (non so voi, ma io sono incapace di mangiare un hamburger senza fare più disastri di un bambino piccolo) scelti tono su tono: li avevo anche nello stesso decoro dei piatti, ma mi sembravano “troppo” e ho ripiegato su un abbinamento più semplice.

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Immancabile, come in tutte le mie tavole, il tocco floreale: un tris di brocche di diversa misura abbellite da altrettante composizioni, messe assieme accontentandosi di quel poco che i prati offrono in questi giorni di piena estate, tra un taglio e l’altro.

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Tutto molto semplice e pulito, come mi piace sia in collina, dove informalità, riposo e relax la fanno da padroni. Per tutti, senza eccezioni.

 

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