Brocante folies!, la guida. 3. Breve excursus sui materiali

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Impossibile procedere nel nostro piccolo percorso senza fare almeno qualche cenno sui principali materiali di cui le nostre pottery possono essere composte.

Conoscerli a grandi linee è indispensabile per avere un’idea della diversa qualità dei pezzi, e di conseguenza sul loro pregio. Per non annoiare nessuno, mi limiterò a cenni brevissimi, ma sufficienti a tracciare una panoramica generale.

Porcellana. E’, tra tutti, il materiale più pregiato. E’ di colore perfettamente bianco e appare trasparente se osservata contro luce, quando ovviamente di spessore non eccessivo: più è sottile, più è pregiata. Risulta impermeabile all’acqua anche se non è rivestita di smalto. Nonostante la delicatezza dell’aspetto, la porcellana non si lascia intaccare da una punta d’acciaio e resiste alle alte temperature e ai reattivi chimici, ad eccezione degli alcali caustici e dell’acido fluoridrico. In natura non si trovano materiali capaci di fornire da soli prodotti aventi le caratteristiche della porcellana; per la sua fabbricazione si ricorre a miscele di più componenti, di solito caolino, quarzo e feldspato.

La porcellana nasce in Oriente, raggiungendo vette di eccellenza nell’antica Cina e successivamente in Giappone. I manufatti provenienti da questi due paesi deliziarono l’Occidente fin dall’età medievale, ma è a partire dal secolo XVI che vennero largamente importati in Europa, suscitando nei vasari locali il desiderio di imitarne il candore e la decorazione, e negli alchimisti l’ambizione di emularne la pasta. Furono i fiorentini i primi a creare, nel Cinquecento, la cosiddetta “porcellana dei Medici” (in realtà un composto a larga percentuale vitrea) che costituì la prima imitazione della porcellana cinese in Europa.

Per giungere alla produzione europea di una porcellana veramente simile all’originale prodotto orientale dobbiamo arrivare al 1708, quando l’alchimista tedesco J.F. Böttger, attivo a Meissen, scoprì i giacimenti sassoni di un’idonea argilla bianca alla quale si lasciò il nome orientale di caolino, grazie alla quale si poté produrre una porcellana davvero analoga a quella cinese per trasparenza e lucentezza. La manifattura di Meissen (fondata nel 1710) divenne celebre, e la sua attività lasciò un’impronta indelebile sulla successiva storia della porcellana europea.

Un tipo particolare di produzione venne invece perfezionato in Inghilterra con la creazione della porcellana calcarea, detta bone china in quanto a base di ossa di bue macinate, caratterizzata da cottura a temperature moderate e da un colore leggermente sfumato verso l’avorio.

Faience o Maiolica. E’ caratterizzata da un impasto poroso e colorato, composto vari tipi di argille, variamente ricche di ossidi di ferro (da cui il colore più o meno rossastro), cui si aggiungono carbonati di calcio e di magnesio, ossidi metallici e sostanze organiche incorporatesi nei giacimenti. Per la loro colorazione pigmentata gli oggetti in maiolica sono sempre ricoperti da uno smalto bianco, a imitazione del fondo bianco della porcellana.

I manufatti sono essiccati gradualmente, per evitare deformazioni e screpolature, e subiscono una prima cottura, a temperatura di 850-900 °C in modo da dare un ‘biscotto’ sonoro, leggero, poroso, che si presta bene a ricevere lo smalto, la decorazione e la vetrina. L’oggetto è quindi sottoposto a una seconda cottura, a temperatura di poco inferiore alla precedente, con la quale lo smalto si fissa e incorpora la decorazione, mentre la vetrina forma un velo vetroso e lucente.

La maiolica nasce nell’oriente musulmano, e riceve le prime imitazioni europee già nel Basso Medioevo. In Italia i centri di produzione si moltiplicano a partire dal secolo XIII, dando origine a tipologie di forme e decorazioni che fanno profondamente parte del nostro patrimonio storico-artistico. I maestri vasari italiani portano la produzione della maiolica in Francia già nel XV secolo, e in seguito la produzione di maioliche con importante influenza del gusto italiano si diffonde in Germania, Boemia, Ungheria e nei Paesi Bassi.

Di fondamentale importanza per la formazione del gusto moderno fu la maiolica inglese. Nel Sei e nel Settecento si produceva già nello Staffordshire una ceramica rivestita di argilla semiliquida (slipware), ma fu solo in concorrenza con la porcellana di Delft che si iniziò la produzione di maiolica saltglazed, in cui lo smalto era ottenuto dalla combinazione del cloruro di sodio con un particolare tipo di argilla. Tra Sette e Ottocento la produzione si ampliò grazie al perfezionamento dei prodotti industriali, con risultati di grande rilievo.

Terraglia. E’ di colore bianco, a impasto fine e leggero, molto poroso e quindi permeabile all’acqua; è scalfibile dall’acciaio e resiste soltanto agli acidi organici. L’impasto è composto di argilla, quarzo e feldspato in proporzioni variabili, che la distinguono in terraglia tenera, media e forte.

La terraglia tenera, o Terre de pipe, veniva utilizzata soprattutto per produrre stoviglie a basso costo, stante la scarsa qualità del prodotto finale.

La terraglia media, o Earthenware, nasce in Inghilterra, nello Staffordshire, intorno alla metà del Settecento, con l’intento di sostituire con un prodotto dalle caratteristiche di maggiore robustezza la vecchia maiolica.

Tale percorso innovativo si sviluppò ulteriormente nei primi anni del XIX secolo con la messa a punto della terraglia forte, o Ironstone, così detto per le sue caratteristiche di resistenza, paragonabili a quelle della porcellana. L’Ironstone fu brevettato nel 1813 da Charles James Mason, titolare dell’omonima manifattura di Stoke-on-Trent, anche se alcune fonti ne attribuiscono l’invenzione a William Turner di Longton e Josiah Spode, che lo utilizzava nella sua fabbrica già nel 1805.

La terraglia, e l’Ironstone in particolare, per le sue caratteristiche estetiche e tecniche, il minor costo di produzione, la possibilità di essere facilmente prodotta in larga scala e la facilità di decorazione con tutti i mezzi disponibili, compresi quelli meccanici, si rivelò ben presto una valida concorrente della porcellana.

Per questo motivo, il nuovo materiale si diffuse ben presto Oltremanica, con la nascita di importanti centri di produzione in quasi tutti i paesi europei: si pensi, a puro titolo esemplificativo, alle manifatture di Lunéville, Bellevue, Saint-Clément in Francia, Villeroy & Boch in Germania, e ai distretti produttivi di Nove di Bassano, Este, Lodi e Treviso in Italia.

Volersi bene. Dieci cose belle da fare in vacanza

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da Pinterest

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E’ finalmente arrivato il momento di partire: pochi giorni, giusto una toccata e fuga per godersi un po’ di mare, in attesa delle vere vacanze che quest’anno arriveranno a fine agosto. Poco male però: ho fatto comunque un breve elenco di buoni propositi, dieci esperienze che – secondo me – tutti dovremo fare approfittando della quiete delle vacanze. Non so se riuscirò a onorarli tutti, ma mi ci metterò d’impegno. Fatemi sapere cosa ne pensate, sono sicura che non sono l’unica a coltivare di questi desideri.

  1. Vedere l’alba. D’inverno quando il sole sorge siamo già tutti in piena attività, ma d’estate con un piccolo sacrificio ci si può facilmente regalare la magia del sole che sorge. Un’esperienza apparentemente banale ma in realtà ricca di un fascino senza tempo.
  2. Godersi un tramonto. Ritagliarsi almeno un’occasione per una passeggiata nella natura (mare, montagna, lago… decidete voi!) per poi fermarsi ad apprezzare la luce dorata del giorno che finisce, il caldo che lascia il posto a temperature più gradevoli, la natura che riprende vita dopo l’afosa pigrizia del giorno.
  3. Riscoprire le stelle. Impossibile in città, più facile al mare o in montagna. Prendersi un po’ di tempo e restare lì, naso all’insù, ad ammirare l’immensità del cosmo. Sentirsi piccini piccini a volte aiuta a ridimensionare tante cose.
  4. Vedere uno spettacolo all’aperto. Musica, cinema, teatro, scegliamo il nostro genere preferito oppure osiamo con qualcosa che non ci è molto familiare. L’importante è regalarsi la magia di una notte d’arte e creatività.
  5. Scovare posti nuovi. Non importa se luoghi d’arte, negozi o posti dove si mangia. Allargare gli orizzonti fa sempre bene, e durante le vacanze è più facile averne sia il tempo che l’opportunità: proibito non approfittarne!
  6. Riscoprire chi ci sta accanto. Una colazione molto curata, una cena a lume di candela, un pic nic, una giornata in un posto bello: anche qui liberi tutti, l’importante è non perdere l’occasione di guardarsi negli occhi e ricordare perché ci si è scelti. Gli abiti leggeri, come dire, aiutano…
  7. Vedere la danza delle lucciole. Questo è un vero privilegio, una fortuna non di tutti: bisogna essere nel posto giusto (un ambiente naturale non inquinato), e nel periodo giusto (la stagione ormai sta finendo) ma se capita, è una magia che non ha uguali.
  8. Ritrovare gli amici. Ricevere in estate è più semplice e facile: un piatto freddo, un bel dolce, un vino alla giusta temperatura, una tavola familiare ma curata e il gioco è fatto. L’occasione perfetta per riallacciare rapporti con amici che vediamo di rado.
  9. Scoprire nuovi sapori. Le temperature gradevoli invitano ad uscire, e anche nelle piccole città i ristoranti etnici spopolano. Non solo sushi, però: il mondo è grande e bellissimo!
  10. Riscoprire i tessuti naturali. Per la casa e la persona, mettiamo da parte i tessuti tecnici e apriamo le porte a lino, cotone e seta. La sensazione che dà sentirli sulla pelle non ha eguali: e se li mettiamo nell’occasione di cui al punto 6, sarà tutto ancora più intrigante!

Brocante folies!, la guida. 2. Cosa, perché, dove. Le grandi fiere antiquarie e il commercio on line

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Rieccoci a parlare dei luoghi dove possiamo divertirci alla ricerca delle porcellane e delle ceramiche inglesi dei nostri sogni.

Dopo mercatini dell’usato e mercati di piazza, è tempo di parlare delle grandi fiere antiquarie e del commercio on line. Escluderemo invece dalla trattazione i negozi antiquari veri e propri, perché ogni realtà è a sé stante e non sarebbe possibile trattarne seriamente.

Le grandi fiere antiquarie. Ce ne sono poche, si svolgono una o due volte l’anno e radunano una platea di venditori professionisti piuttosto variegata: si va dal negozio che tratta solo articoli di grandissimo pregio all’antiquario che non disdegna di partecipare anche alle piccole fiere all’aperto. Sono i posti dove andare a rifarsi gli occhi davanti alle cose veramente belle e, potendo, portarsi a casa qualche pezzo di sicura qualità. Per carità, il furbetto si può incontrare sempre, ma diciamo che qui dovrebbe essere davvero un’eccezione. Ovviamente anche qui più si arriva competenti meglio è: i venditori veramente seri oltretutto lo apprezzano molto, non è raro che chiacchierando si faccia amicizia e alla fine ci scappi pure lo sconto…

Cosa si trova? Servizi spesso completi e davvero antichi, pezzi da collezione, rarità. I prezzi, ahinoi, sono spesso inarrivabili: non so voi, ma io le riservo alle occasioni veramente, veramente speciali.

Le vendite on line. Non ho mai acquistato su etsy ma sono una patita del caro, vecchio e-bay, croce e delizia di ogni appassionato collezionista. Permette di raggiungere in un click venditori sparsi per l’intero orbe terracqueo, ma ahinoi, per quante foto corredino l’annuncio si compra sempre a scatola mezza chiusa. Non è difficile infatti che piccole felature e incrinature superficiali dello smalto non siano pienamente visibili, così come minuscole sbeccature: il venditore serio e professionale le segnala scrupolosamente anche nella descrizione dell’articolo, ma come riconoscerlo? Il primo modo sono ovviamente le opinioni degli altri utenti, da consultare con attenzione prima di decidere l’acquisto: se leggiamo recensioni negative o neutre che non appaiano palesemente pretestuose, conviene girare alla larga. Giriamo alla larga anche da chi pubblica una sola fotografia, magari anche di scarsa qualità: già per un singolo articolo le foto dovrebbero essere almeno tre o quattro, se poi si propone un servizio da ventiquattro deve essere illustrato tutto per bene, non ci si può limitare ad un piattino da dolce fotografato di sguincio e mezzo sfocato. Ricordiamo che si paga sempre in anticipo, motivo in più per stare sempre molto, molto attenti! Diffidare anche da chi non pubblica la marcatura del pezzo, o non dichiara esplicitamente che non è marcato: quando c’è (perché non c’è sempre), la marca è la carta d’identità dell’articolo, quella che permette di stabilirne paternità, autenticità e datazione. Se ci dicono che un pezzo è di una data manifattura datato nel tal periodo, ma non mostrano la marca, chiediamone una foto via mail: se non ce la mandano, diffidiamo, diffidiamo, diffidiamo.

Cosa si trova? Tutto quello che possiamo desiderare, e anche di più, basta saper cercare. Il problema è appunto che si acquista sulla fiducia, non tutti accettano la restituzione dell’oggetto e nel caso la spedizione è sempre a carico dell’acquirente: quindi prima di fare qualunque acquisto è buona cosa leggere con molta attenzione tutte le condizioni di vendita. E sempre a proposito di costi: spesso i prezzi sono estremamente convenienti, ma attenzione alle spese di spedizione, a volte così alte da rendere assolutamente sconsigliabile l’acquisto! Ancora più attenzione se si acquista da paesi extra UE: lì entrano in gioco anche le spese di importazione, che sono spesso elevatissime e annullano completamente la convenienza dell’acquisto.

Non va poi dimenticato il rischio connesso al viaggio. Uno dei miei primissimi acquisti era finito a dir poco in tragedia grazie alla “delicatezza” con cui le poste (inglesi o italiane, non lo so) avevano trattato il pacco: per carità, il venditore è stato correttissimo e mi ha rimborsato, ma quel delizioso piatto spaccato a metà lo rimpiango ancora. Ora ho imparato la lezione e terrorizzo ogni venditore con questo racconto, implorando imballaggi a prova del più rude dei postini: non sarà carino ma vedo che funziona, e lo raccomando caldamente a chiunque decida di acquistare (o vendere) online.

Un’ultima cosa: al netto del fatto di acquistarci o meno, secondo me e-bay va sempre tenuto d’occhio, in quanto strumento preziosissimo per conoscere il mercato. Ci vogliono tempo e pazienza, ma ne vale la pena.

 

A gentile richiesta. Piccolo trucco salvaspazio per tazze e tazzine

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Un paio di giorni fa, chiacchierando via social con una delle più affezionate lettrici, si discuteva di spazio: un dato decisamente fondamentale per le cacciatrici compulsive di cianfrusaglie, perché va bene trovare oggetti interessanti, va bene portarseli a casa, ma poi da qualche parte bisogna pur metterli, no?

Se coi piatti si risolve abbastanza facilmente impilandoli, ci sono articoli come i bicchieri e le tazze che, purtroppo, necessitano fisiologicamente di più spazio. Per i bicchieri al momento non ho soluzioni, e infatti quando vado in giro nemmeno li guardo per non cadere in tentazione. Esiste però un simpatico trucchetto, che forse non tutti conoscono per riporre tazze e tazzine risparmiando un bel po’ di spazio. Non è praticissimo per l’uso quotidiano, ma si può usare con profitto per i servizi che si utilizzano più di rado.

Moltissime persone, e anch’io fino a qualche tempo fa, ripongono tazze e tazzine in questo modo:

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Lo spazio necessario, si vede bene, è parecchio, anche perché sovrapporre più di due pezzi è davvero a rischio crollo…

Ma se le tazze invece di impilarle le intrecciamo, ovviamente con molta delicatezza, il discorso cambia completamente. Si fa così:

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Voilà: quattro tazze nello spazio di due! Il confronto è evidente e non necessita di ulteriori commenti, non vi pare?

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A me questo sistema ha svoltato la vita: purtroppo non è molto adatto a vetrine da esposizione, ma per le credenze chiuse è davvero utilissimo, soprattutto se possiamo usare un divisorio (io ho quelli svedesi) per raddoppiare lo spazio in altezza.

E voi, conoscevate già questo trucchetto, o ne avete altri da condividere? Lo spazio nei commenti è aperto!

Brocante folies!, la guida. 1. Cosa, perché, dove. I mercatini dell’usato e le fiere di piazza

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Inizia con questo articolo la breve serie di post dedicati a chi, come me, ama perlustrare mercatini di ogni genere alla ricerca della porcellana/ceramica “british” dei suoi sogni. Come già anticipato, non sarà una guida in senso vero e proprio perché io non sono una professionista del settore né intendo improvvisarmi tale. Diciamo che condividerò quel poco che ho imparato sul campo, giusto per aiutare ad orientarsi chi si avvicina per la prima volta al magico mondo del vintage e dell’antiquariato.

Per cominciare, direi che prima di iniziare a girare bisogna schiarirsi un po’ le idee. Cosa ci spinge ad andare per mercatini? Che articoli cerchiamo, e soprattutto, perché? Sono queste le prime domande cui rispondere prima di iniziare il nostro piccolo percorso. Il “perché”, in effetti, è la vera domanda chiave. Il motivo per cui abbiamo deciso di intraprendere la nostra caccia al tesoro, rappresentato da ceramiche e porcellane inglesi prevalentemente del genere transferware (perché di questo soprattutto parleremo), è infatti la prima discriminante, il faro guida che illuminerà la nostra ricerca. Dalla semplice curiosità al collezionismo, dal desiderio di trovare qualche pezzo nuovo per la nostra tavola alla ricerca di un articolo specifico, magari per completare o reintegrare un servizio già in nostro possesso, i motivi possono essere i più diversi. Se non li abbiamo chiari, però, rischiamo di sprecare tempo, energie e spesso anche denaro in ricerche infruttuose, se non altro perché condotte nel posto sbagliato.

Inutile frequentare i mercati e le fiere antiquarie se cerchiamo pezzi semplici da destinare all’uso quotidiano e/o non abbiamo a disposizione cifre importanti. Allo stesso modo, per quanto il colpo di fortuna possa sempre capitare, non è il caso di perdere tempo nei mercatini dell’usato se siamo alla ricerca dell’articolo di pregio o della rarità da collezionista.

Una volta deciso cosa ci interessa maggiormente è opportuno conoscere un po’ più da vicino i posti dove è possibile acquistare, con le loro principali caratteristiche. Vediamole quindi a grandi linee, iniziando dalla base, cioè i mercatini dell’usato e le fiere di piazza. Nel prossimo post parleremo invece delle grandi fiere antiquarie e del commercio on line.

I mercatini dell’usato. Lo so, a tanti l’idea fa un po’ schifo, ma credetemi, possono essere una vera miniera d’oro. In fondo sono l’equivalente italico dei più sciccosi “vide granier” e delle anglosassoni “garage sales”: posti pieni di oggetti di cui la gente vuole liberarsi ricavando giusto qualcosina. Bisogna ammetterlo, per frequentarli con profitto servono un po’ di pelo sullo stomaco, parecchie salviette per le mani, pazienza, costanza e occhio attento. La fortuna per chi compra sono i prezzi bassissimi, conseguenza della scarsa attenzione del gestore per ciò che mette in vendita: a parte che spesso non sanno cosa gli passa per le mani, il loro obiettivo è smerciare in fretta, perciò hanno prezzi irrisori. Fanno eccezione gli oggetti di manifattura universalmente nota (ma sempre di prezzi accessibilissimi si tratta), o quelli particolarmente di moda, motivo per cui in questo periodo è facile costino di più orribili cinesate stile shabby chic che non autentiche meraviglie. Questi sono i posti dove, con un po’ di occhio e di fortuna, si fanno in assoluto gli affari migliori, e anche se si prende una fregatura… non si perdono che pochi euro!

Consiglio spassionato, frequentateli spesso (l’assortimento è assolutamente casuale e le cose belle spariscono subito) ma evitate il sabato pomeriggio e la domenica: quasi tutti ritirano merce nuova solo dal lunedì al venerdì, i clienti più attenti lo sanno e vanno al massimo il sabato mattina; arrivando più tardi rischiate di trovare solo gli scarti della settimana.

Cosa si trova? Servizi più o meno completi provenienti da case private, forniture dismesse da bar e ristoranti, pezzi singoli di ogni genere e specie, in particolare – almeno dalle mie parti – vasi decorativi, soprammobili, bomboniere. Si tratta per lo più di oggetti provenienti da case di persone anziane, quindi principalmente pezzi dagli anni Cinquanta in avanti: insomma, tutto quello che i figli non tengono perché hanno già le loro cose, e che i nipoti non vogliono perché preferiscono oggetti più modaioli. Come genere, credo vada molto a zone: qui si trova qualcosa di Ginori, tantissima porcellana bavarese e una discreta scelta di ceramiche inglesi transferware. Queste ultime, in particolare, sono considerate così fuori moda che te le tirano praticamente dietro: buon per me e peggio per loro!

I mercatini di piazza. Il livello sale decisamente nelle piccole fiere “dell’antiquariato e del vintage” che praticamente ogni località italiana ospita almeno una volta al mese. Qui espongono antiquari di livello medio ma anche privati che coltivano questa attività come hobby. Il vantaggio è che si ha a che fare con venditori che selezionano i pezzi a monte, e sono quel tanto competenti da guidare – in teoria – l’acquirente nella scelta, facendo da garanti di qualità e autenticità degli articoli. Dico in teoria, perché non sempre è così: è brutto da dire, ma non manca chi approfitta spudoratamente della scarsa competenza di molti acquirenti, che spesso si fermano all’aspetto estetico del pezzo. Diciamo che sono posti da frequentare per vedere cosa c’è in giro o se si cerca qualcosa di particolare. Prima di acquistare, però, è bene farsi almeno una competenza di base sugli articoli che ci interessano, perché in caso contrario è abbastanza facile prendere fregature.

Cosa si trova? Di tutto, di più: servizi completi o quasi provenienti da case private con eredi meno sprovveduti di quelli che vendono tramite i mercatini dell’usato, pezzi singoli anche da collezione di pregio e qualità. Si trovano spesso oggetti di provenienza estera, frutto di missioni personali del venditore. Lo svantaggio è che il giro della merce è molto più lento: le mie spacciatrici di stoviglie made in England, per esempio, vanno in missione oltremanica non più di due/tre volte l’anno, quindi se da un giro non riportano niente che mi interessi non posso che aspettare la stagione successiva. E i prezzi? Se pur comunque ragionevoli, rispetto ai mercatini dell’usato ovviamente lievitano: la buona notizia è che si solito un piccolo margine di trattativa c’è sempre.

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